Pare che Mark Knopfler esca spesso di casa con una sorta di borsa da pescatore dentro alla quale tiene un bloc notes che utilizza per prendere appunti su quello che vede, siano esse persone dall'aspetto o comportamento particolare, siano situazioni o luoghi che ispirano la sua vena creativa. Così facendo ha trovato spunti per molte delle sue canzoni che narrano storie di vita vissuta, ed a quanto vedo il risultato è più che appagante.
Così ho buttato dentro la borsa dell'ultimo viaggio un blocco di fogli a quadretti A4 comodamente strappabili (nel caso scriva qualche puttanata, ovvero praticamente sempre) ed una penna blu perchè quella nera la associo alla compilazione dei documenti. Fossero tutti così i problemi della vita, il mondo sarebbe "un posto meglio"™. Ma torniamo al bloc notes, che era scomodamente nascosto tra una maglietta ed un paio di jeans mentre rigorosamente in piedi affrontavo l'autobus delle otto meno qualcosa che portava a scuola una marea di future teste di cazzo tra le quali si nascondeva sicuramente un potenziale genio (forse il ragazzo cicciottello con una sparata di capelli ricci che leggeva un manga non curandosi di tutto il resto? mah).
C'era una cosa che di sicuro avrebbe meritato di essere immediatamente riportata tra le righe del mio insolito compagno di viaggio, ma che giocoforza ho dovuto conservare nella mente in attesa di trovare il momento adatto per fissarla su carta ed evitare di perderla per sempre nei meandri della mia RAM. Una volta in albergo, ho avuto tutto il tempo di sedermi alla scrivania e sputazzare tre-quattro frasi come promemoria, frasi che ora fanno capolino sulla mia scrivania dove il blocco prende il suo meritato riposo.
Torniamo dunque sulla linea settecentounobarrato che fa tanto Fantozzi ragionier Ugo, dove i ragazzi, anzichè parlare del film visto la sera prima o tessere un qualsivoglia rapporto sociale tra di loro, si infilano gli auricolari e guardano dal finestrino con sguardo vacuo, muovendo gli occhi solo per guardare il lettore quando devono cambiare canzone. "Ai miei tempi" (e Cristo, sono solo 10 anni fa!) il viaggio in autobus era quasi un momento topico della giornata, durante il quale la tua popolarità e la tua vita sentimentale affrontavano una prova di forza di notevole portata. Curiosamente, proprio oggi sto mettendo entrambe in discussione, ma di questo parlerò se e quando avrò voglia. Nel frattempo continuo ad osservare questi schizzetti meno che maggiorenni che si iniziano ad accalcare, in perfetto silenzio, ognuno tenuto in vita dal proprio telefonino o lettore mp3. Mi domando se strappandogli le cuffie ne avrei potuto uccidere qualcuno.
Lo sguardo mi cade su una ragazzina, spannometricamente classificabile come sedicenne, che si butta stanca sul famoso (e mai rispettato) posto riservato alle persone con ridotta capacità motoria, ignorando bellamente il resto del mondo. Pettinatura precisa, unghie precise, trucco preciso. Guarda il cellulare e se ne frega, non socializza con niente che non abbia una playlist, non sorride, non muove la testa al ritmo della musica. Probabilmente sulla schiena ha anche delle filettature per essere avvitata al muro (standard VESA MIS-E M4). La guardo con una punta di tristezza e penso a cosa potrebbe diventare, io che (fesso) nelle donne cerco soprattutto personalità. Mi domando che cosa si possa desiderare a 25 anni quando a 16 già si ha l'aria di chi non ha voglia di fare niente di sensato.
Per evitare di intristirmi ulteriormente, e per scongiurare il pericolo di una denuncia per molestie (presente lo sguardo da stoccafisso che posso avere a quell'ora, considerata la tensione del momento ed aggravato dal fatto che non ho quasi chiuso occhio la sera prima? ecco), provo a pescare qualcos'altro di interessante nel bestiario, che se ne sta bello spaparanzato sui comodi seggiolini bianchi e azzurri (ISO 9001), naturalmente con orecchie e cervello ben tappati da musica che non voglio conoscere per paura di perdere ogni brandello di fiducia nel futuro dell'umanità.
Ulteriore piccola digressione nel passato prossimo: presentarsi a scuola in canottiera un tempo veniva considerato indice di maleducazione o tuttalpiù di sonnambulismo, senza contare l'effetto "ascella violenta"™ che tende a presentarsi nelle ore più calde del mattino rendendo gli ambienti chiusi una via di mezzo tra un Volkswagen Transporter del 1969 ed un camerino del circo Orfei.
Mentre cerco qualcosa o qualcuno, ammesso che in questo caso vi sia differenza, che catturi la mia attenzione, ritrovo la stessa ragazza di prima che parla al telefono con un certo "ciao amore". Qualcosa non mi quadra, perciò volgo lo sguardo sul sedile a prova di deambulazione, solo per constatare che lei è ancora lì. E allora qualcosa non va. Guardo una, guardo l'altra, l'una, l'altra. E cazzo, sono proprio uguali. Cambia qualche tratto somatico, ma sono indistinguibili da una distanza superiore ai 3 metri. Dubbioso, continuo a guardare nelle file più lontane dell'autobus, e capisco un po' tutto. Una, due, cinque, dieci ragazze, tutte con la stessa maledetta pettinatura, lo stesso maledetto trucco, lo stesso maledetto stile nel vestire, le stesse cacatissime cuffie rivettate nel padiglione, la stessa espressione che aveva E.T. dopo aver finito i gettoni del telefono.
Tutto secondo lo standard ISO 7482-1:1998: difetti nelle pelli di capre da gregge.
Capre.
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